La cosiddetta “truffa dei Parioli”

È iniziato in questi giorni il processo a Gianfranco Lande e altri quattro complici, per la nota faccenda della cosiddetta “Truffa dei Parioli”. Sono parte civile nel processo, ho denunciato Lande e Torregiani per truffa e dintorni. Molte cose si sono dette a propositodi questa truffa e molte se ne diranno: mi pare opportuno precisare alcuni dati, che hanno suggerito, in mancanza di informazioni chiare, immaginazioni suggestive ma poco concrete. E credo che a questo scopo una pagina web possa essere lo strumento piu adatto. Inutile aggiungere che parlo solo per me, a titolo personale.
Tra le molte cose dette, una di quelle più ripetute è quella che i truffatori proponessero a tutti i clienti dei guadagni del venti per cento: non è così, almeno per me. Quando impostai il mio rapporto con Torregiani, ormai piu di dieci anni fa, il brooker mi chiese che tipo di rischio volessi assumere: basso, medio, alto. Mi definii medio-basso: e il denaro fu diviso a metà. Una metà sarebbe stata investita in titoli “a basso rendimento” ma molto sicuri, presumibilmente titoli di stato o simili, che a detta sua potevano rendere al massimo il 5 per cento. E una metà invece sarebbe stata gicata in borsa, comprando e vendendo con un ritmo più rapido, e a sua detta si potevano raggiungere in questa maniera, stante la loro bravura, dei risultati anche del 15 o del 20 per cento. Ma si poteva anche perdere. Ero disposto a giocare? Certo. E così fu.
Questo era il profilo dell’investimento: e anno per anno, venivo informato puntualmente, con numerisissimi fogli e cedole a confermarlo, dei progressi dell’investimento, che restava così diviso: né mai Torregiani mi comunicò che avessimo perduto, cosa che avevo anche messo in conto. Ma, grazie alla sua abilità, sempre il segno era positivo. Complimenti!
Quando passai da una “ditta” quella di Torregiani a quella di Lande, passaggio consigliato Torregiani che mi disse si fondeva con Lande, in eleganti e spaziosissimi uffici in una via dei Parioli, Torregiani dopo un po’ sparì e si presentò De Zorzi: il quale mi fece firmare, riempiendo un certo numero di caselle, un cospicuo documento nel quale in sostanza si ribadiva, ma per scritto, il mio profilo (mediocre, a pensarci bene) di investitore di “medio-basso profilo”, con questi investimenti metà in titoli lenti e metà in titoli veloci.
A onor del vero, Torregiani negli ultimi incontri mi disse che avrebbe spostato la parte di denaro che in genere investiva in titoli “a rischio” nell’altro capitolo, dato che la crisi lo preoccupava un po’, e riteneva che non si potesse piu volare alto; la qual cosa fu da me presa come un segno di prudenza e saggezza. Questo per dire che, come nelle migliori tradizioni, i truffatori erano attenti, cortesi, protettivi, chiari nella descrizione delle dinamiche degli investimenti, e rassicuranti: salvo poi scoprire che avevamo, noi truffati, delle posizioni virtuali sui loro computer, per cui tutto sembrava ragionevole e controllabile, ma semplicemente non esisteva.
Molti hanno, nel tempo, suggerito che quando uno ti propone un guadagno del 20 per cento c’è qualcosa di losco dietro: e sono perfettamente d’accordo. Infatti a me non hanno proposto questo: ma, come ripeto, un investimento di medio-basso profilo, con una metà che avrebbe forse raggiunto il cinque e una metà, costantemente verificabile e affidata al gioco della borsa, che poteva anche raggiungere il venti per cento. Sono cose piuttosto diverse, anche se non consiglierei a nessuno di ripetere l’esperimento. Ma suggerisco a tutti di verificare la concreta esistenza dei loro eventuali investimenti al cinque per cento, o al tre per cento, o al due per cento: perché, se ti vogliono truffare, ti truffano anche all’uno per cento, si fanno dare i soldi e via. Idem auguro a tutti che non vi falliscano le banche in cui avete messo i denari, cosa che potrebbe benissimo succedere e che per certi versi si potrebbe considerare, anch’essa, alla stregua di una grande truffa.
Inoltre, a differenza di altri, non ho mai potuto verificare in concreto il reale moltiplicarsi di questi denari, per l’ottima ragione che non ne ho mai ritirati: se non l’ultimo anno, e quando non me li hanno dati, a me come a molti, è scoppiato il bubbone. Per circa dieci anni ho investito, senza regolarità, a secondo della disponibilità e dei risparmi, del denaro; per somme decisamente inferiori a quelle che vengono descritte, e che sarebbero il dato al quale la progressione assolutament evirtuale dei nostri truffatori aveva fatto lievitare l’investimento. Ho insomma considerato l’agenzia di Torregiani prima e Lande poi una specie di banca nella quale mettere un capitale che sarebbe stato recuperato piu avanti, una sorta di pensione: fatto sta che mi trovo adesso senza pensione, e Lande, che sono sicuro sappia dov’è il tesoro, rischia di spassarsela coi nostri risparmi in qualche isola tropicale. Maledizione! Ero, insomma, il cretino perfetto, il perfetto parrocchiano: consola poco sapere che non ero il solo.
Questi, insomma, i dati in generale: seguono una serie di riflessioni, più o meno noiose e soggettive, che credo sia bene fare per l’appunto in un sito, ove si ha modo di ragionare per chi vuol leggere, senza obbligare nessuno a starti dietro.
E così, tanto per cominciare con le impressioni soggettive, vien da considerare la reazione pubblica alla notizia della truffa. A grandi linee, di costernazione, e di preoccupazione per i propri risparmi: se Lande aveva ingannato noi, altri avrebbero potuto ingannare me, pensa il lettore…e poi, quasi contemporaneamente, ecco una specie di piacere, che in sostanza sta dietro il concetto “se la sono cercata,” o “l’avidità non paga, dovevano capirlo che quelle percentuali erano sospette” o “se cercavano quel tipo di guadagni erano complici”. Affermazioni, perlomeno per quel che mi riguarda, prive di fondamento, perché appunto nessuno mi ha mai promesso cifre del genere, ed esce fuori adesso che che in sostanza si prometteva a ciascuno in base alla sua disponibilità a credere: non solo sua, ma del gruppo di persone al quale faceva riferimento. In genere le proposte e i discorsi erano “omogenei” per gruppi di persone, di modo che, incontrandosi, gli ignari truffati del quartiere confermassero i ragionamenti fatti da ciascuno coi truffatori, e non nascessero sospetti. In questo, va detto, c’era una certa arte, una qualche psicologia.
Il sospetto di una “complicità” col brooker in caso di alto guadagno, è abbastanza interessante. Esorcizza la possibilitàche si facciano alti guadagni in borsa giocando le carte giuste, e attribuisce ogni fortuna all’inganno. È una posizione carina, e dolcemente protettiva di un’etica quasi contadina: oltre il villaggio, è noto che chi lavora in Borsa ha davvero dei guadagni alti (o delle perdite alte) e davvero, se è competente, guadagna molto denaro. E naturalmente non va a dirlo in giro: uno dei misteri sui quali si fonda teologia della Borsa è chesi trova davvero il tesoro, ma che non si dice troppo in giro. Infinite le strade che portano al Dio, ma chi la trova sa che la strada è solo sua. E meno gente va a cercare oro, meglio è per chi ha la vanga e il setaccio.
Nel ribadire la mia partecipe attenzione alle vicende piu o meno teologiche del capitalismo finanziario, e ribadendo che non sono affatto per l’abolizione della Borsa, metto sul tappeto un altro interessante appunto che mi è stato fatto, indirettamente, sotto forma di meditazione a margine di un intervento di Michele Serra sul Venerdì di Repubblica. In questo intervento si suggerisce che io, avendo perso tot nella truffa di Lande, dato che in genere si investe in un istituto un terzo (mi pare, se non un quarto) del proprio capitale, avrei, in due o tre altri istituti, del denaro doppio o tripli di quello che ho perso. Complimentandomi per la saggezza del lettore, che rivela attitudini all’investimento molto superiori alle mie, vorrei tranquillizzarlo: avevo tutto lì, salvo poco denaro in banca, e quindi ho perso tutto. La prossima volta, investo diversificando, e grazie del consiglio. Ma vedete come si passa, con un colpo di penna, per associazioni che descrivono il funzionamento di quel signore e non il mio, ad essere da un truffato a una specie di losco miliardario. Alla faccia dell’investitore medio-basso.
Quanto all’idea della complicità, è anch’essa interessante: in sostanza, chi maneggia questo contagioso materiale che senza mezzi termini viene definito come sporco, è partecipe dell’aura malefica del denaro finanziario, quindi è complice. L’affermazione è interessante per la sua contiguità con la dimensione sessuale. Anche nel contagio sessuale avviene qualcosa di silile, e il contagiato in fondo, salvo violenza conclamata con certificato scritto di resistenza, è considerato un complice. Con simile analogia denaro-sesso si sconsiglia alle ragazze di andare in giro poco vestite in certe zone di periferia, onde non sollecitare istinti naturali benchè agressivi di arrapatissimi brookers: taluni sostengono che questo sia un limite da forzare, invadendo le periferie oscure con notti bianche e rosa, e armando di spruzzatori ed insegnando il karatè alle ragazze: e insomma su questo tema c’è un’ampio dibattito, dato che anche il sesso, come il denaro, è una potenza ambigua, ed ha bisogno come tutti i demoni di una liturgia, e di una regola onde trarne il meglio evitando il peggio. Va detto comunque che in questo caso la ragazza in gonna corta non passeggiava di notte in periferia di Teheran, ma in centro ai Parioli, e non era neanche troppo tardi: serata medio-basso pomeriggio, prima del crepuscolo. E metto da parte questo nodo sesso-denaro che, casualmente intercettato sul percorso, andrebbe sviluppato meglio: mi pare denso di stimoli, il fatto che come fossero parte di un medesimo organismo concettuale, il denaro diventi sesso, e il sesso denaro.
Nessuna legge ci metterà al riparo dall’inganno: ma personalmente preferisco vivere in un mondo dove le leggi si allenano a combattere gli inganni, che in un mondo senza borsa e senza denaro. Per sgombrare il campo da equivoci, non ho niente contro la Borsa, anzi mi piace vedere accendersi, nei computer in ogni casa, come fossero altari, il grafico che racconta di fortune che salgono e scendono, e mette l’oscura casupola periferica in contatto col grande serpendte dorato che si aggira da Singapore all’Alaska. Trovo che questa potenza astratta e concreta del denaro sia in fondo la creazione più interessante e sofisticata che la nostra affaticata civilizzazione abbia creato: e sicuramente è un Dio che abbiamo creato noi, che ha tutte le caratteristiche di un Dio (invisibilità, onnipotenza, onnipresenza) che come ogni Dio può scappare di mano e rivelare inediti miracoli. Che come ogni Dio chiede di essere all’altezza della propria complessità, della propria potenza (soprattutto se lo hai creato tu).
Insomma, pare ragionevole dire che il denaro è di per se portatore di ambiguità, inganni, oscuri traffici: così come è strumento di bellezza, salute, sazietà, buone pratiche. Questa sua ambiguità fa si che ci incanti e che allo stesso tempo ne diffidiamo: nella stessa truffa son coinvolti camorristi e onesti cooperanti, e questa ambiguità basta a suggerire la potenza indistinta, direi sacra, dell’invisibile Dio che tutti i giorni trova il modo di farsi adorare. Come qualsiasi divinità, anche per il Dio Denaro c’è bisogno di una religione che ne definisca le pratiche, i riti, il calendario, la liturgia, onde poter far emergere dall’indistinto del Sacro il bene, indicando dove il Demone può diventar malefico.
La sfida, dunque, implica alcuni concetti chiari, e una pratica costante. I sacerdoti di questa religione, finanzieri, brookers, professionisti dell’investimento e della finanza hanno un compito difficile e molto serio: mettere in relazione le infinite potenzialità, anche pericolosissime, di questo Drago con le regole del vivere sociale, i ritmi della vita di ognuno, trovare inìsomma l’equazione ragionevole tra la logica cieca del Demone e il tessuto culturale, civile, sentimentale, nel quale viviamo immersi. Questo compito sacerdotale a volte viene tradito, e Lande e i suoi complici, se una colpa hanno, è appunto quella di aver tradito la fiducia, rompendo il patto che legava investitori e brooker intorno alla celebrazione di un mistero condiviso, quello della crescita o decrescita del capitale investito.
Quindi, direi, un gravissimo peccato di apostasia, come se uno si fingesse prete, o scome se un vescovo approfittasse della sua posizione per svaligiare una parrocchia: insomma, tradimento della fede, simonia, inquisizione e via dicendo. Con oltretutto l’aggravante di rischiare di far pensare che tutto il clero sia corrotto: le prime vittime di Lande e degli altri simoniaci sono, immediatamente dopo i truffati, i brooker che lavorano seriamente in finanza, che vengono sospettati di tradimento un po’ come sono sospettati di pedofilia, dopo i fatti irlandesi, tutti i preti che vanno in giro, soprattutto se anglosassoni e biondi con gli occhi chiari. Forse anche per questo il peocesso impressiona così tanto, perché è in dubbio e va ristabilita la credibilità di un clero, dei sacerdoti di un dio che di questi tempi mette in discussione, su molti fronti, il proprio carisma.
Regole chiare, quindi, e la prima sia quella che i rischi e i guadagni siano ben esposti, che si sappia insomma a che gioco si gioca e a cosa si va incontro: questo è un cardine, oltre il quale giocano sporco i truffatori, e all’interno del quale sono ragionevoli profitti e perdite. E mi pare possa essere un punto di partenza anche per misurare la partita, che in questo tempo di crisi si sta giocando, tra diverse culture del denaro, che afronte del tracollo si miusurano nuovamente, o rinnovano antichi confronti: la cultura cattolica del denaro, che lo finalizza a intenti sociali con fini spirituali: la cultura sociale del denaro, che vede negli stati e nelle loro regole i garanti di un patto tra produttori di reddito: e la cultura iper liberista, che lascerebbe volentieri al denaro decidere, seguendo il suo animale istinto, chi deve sopravvivere e chi no.
Ma a quest’altezza della digresione mi fermo, riproponendomi, in questo privatissimo e insieme pubblico spazio di conversazione, di ritornare sull’argomento.
Good Save the Web.

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