Cantando Boccaccio

Nel novembre e dicembre 2013 Rairadio3 ha prodotto una serie di trasmissioni sul Decamerone di Boccaccio, di cui come si suol dire correva il settecentesimo anniversario della nascita in Certaldo. Le conduceva il professor Fiorilla. Mi fu proposto in quella occasione di comporre una canzone intitolata a ognuna delle giornate che venivano raccontate. Fu una occasione fortunatissima, per me, di divertirmi a portare in canzone varie novelle, giocando coi vari spinoso problemi che il passaggio della letteratura a canzone comporta. Le canzoni sto registrandole nuovamente, per proporle più avanti in forma compiuta: l’esecuzione passata in radio era magari piacevole ma certamente imperfetta, registrata in studi diversi, in condizioni “da battaglia”. E comunque, chi volesse ritrovare quelle esecuzioni le troverà facilmente cercando “Umana cosa” che era il titolo della serie sul podcast di RaiRadio3. Mentre i testi, in attesa dei song, sono quelli che vedete. Ne è stato composto uno spettacolo, che vaga per piazze e castelli, leggendo e antando le novelle. Buona lettira a voi e a Boccaccio che in web legge Altrove.

COMINCIA IL LIBRO CHIAMATO DECAMERON,
COGNOMINATO PRENCIPE GALEOTTO,
NEL QUALE SI CONTENGONO CENTO NOVELLE
IN DIECI DÌ DETTE DA SETTE DONNE E DA TRE GIOVANI UOMINI
PROEMIO

Umana cosa è avere compassione
Di chi l’amor tormenta
Io per soverchio fuoco nella mente
so bene come

solo i piacevoli ragionamenti
mi furon rifrigerio
Nel disamore ai torridi spaventi
Del desiderio

Adesso che cessata è la mia pena
per non parere ingrato
coi miei racconti voglio confortare
le innamorate

Le quali dentro à dilicati petti,
temendo e vergognando,
tengono ascose l’amorose fiamme
Fantasticando

Gli innamorati maschi in più maniere
Sanno dimenticare
Andare a torno cacciare pescare
Ed uccellare

Mentre alle donne la malinconia
È fiamma che si accende
Se non l’aiutano a cacciarla via
Nuovi argomenti

Per il soccorso delle sventurate
intendo raccontare
cento novelle, che udirete in queste
dieci giornate

Dette da sette donne virtuose
E tre giovani accorti
Durante il tempo pestilenzioso
Di tanta morte.

Per la qual cosa quelle disperate,
quando le leggeranno,
Cosa fuggire e cosa seguitare
Conosceranno

per quelle invece cui non diede amore
né tela né telaio
Sono sicuro che potrà bastare
Un arcolaio

Piacevolezze dell’amor contento
Aspre d’amor ferite
si vederanno nei tempi moderni
E negli antichi

E se leggendo passerà il tormento
E si rischiari il cuore
Ringrazieremo con il nostro canto

Soltanto amore

GIORNATA PRIMA, INTRODUZIONE ALLE NOVELLE.

…Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza…

LA PESTE

E ne nascevano nei maschi e nelle femine enfiature in anguinaia, per braccia e cosce
e le vedevi permutare in macchie livide e nere, segno certo di morte

la pestilenza dagli infermi per lo stare tutti insieme s’avventava a’ sani,
Come fa il fuoco con le cose secche o unte quando gli vanno vicine si appiccava il male
Io vidi un giorno nella via scuoter gli stracci d’un morto con denti e grifo due porci,
Ed in piccola ora come fosse veleno sopra i mal tirati stracci insieme caddero morti
Ed alcuni racchiudendosi in case temperatamente usando ottimi cibi e vini ogni lussuria fuggivano
Altri beffando di taverna in taverna, giorno e notte bevendo in case d’altri morivano

Ed altri ancora abbandonarono i parenti per cercare nel contado di scampare il cielo
E abbandonati a loro volta, vittime del loro stesso esempio, morivano soli
Ed i fratelli abbandonavano i fratelli e padri madri i figli alla sicura morte
E a quelli che infermavano, rimase l’avarizia de’ serventi, o la carità di amici che non furon molti
ma sottentravano alla bara prezzolati beccamorti, che chiamavano becchini, gente minuta
con frettolosi passi, e poco lume li mettevano in qualunque sepoltura disoccupata

Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insieme padre e figlio, marito e moglie,
nella stessa febbre
E senza lagrima o lume o compagnia non altramenti si curavano degli uomini che ora di capre si curerebbe;
E si facevano fosse per i cimiteri delle chiese, dove a centinaia si mettevano i corpi
come si mettono le merci nelle navi una sull’altra infino al sommo della fossa si stivavano i morti
Il male devastò il contado e per le sparte ville e per li campi i contadini come bestie morire.
E i buoi, le capre, i cani dopo aver vagato il giorno senza pastore, a notte alle lor stalle venire

e tanta fu la crudeltà del cielo, che fra marzo e luglio più di centomilia dentro Firenze furono tolti di vita,
0 quanti gran palagi un tempo di famiglie pieni, rimaser voti!
quante famose ricchezze senza eredi!

IL GIARDINO

…io giudicherei ottimamente fatto che noi, sì come noi siamo, sì come molti innanzi a noi hanno fatto e fanno, di questa terra uscissimo; e, fuggendo come la morte i disonesti essempli degli altri, onestamente a’ nostri luoghi in contado, de’ quali a ciascuna di noi è gran copia, ce ne andassimo a stare…

Quivi uccelletti s’odono cantare,
verdeggiano pianure
campi di biade che sembrano il mare
e fioriture

e d’alberi ben mille le maniere,
e il cielo da vedere
più bello che in città le vuote mura
A maledire

Nessuno ci potrà rimproverare
Di abbandonar qualcuno
Ma siamo noi più tosto abbandonate;
dalla fortuna

per ciò che i nostri, morti o fuggitivi
Pur di restare vivi
sole nella paura ci han lasciate
dimenticate

Nessun rimpianto dunque ad andar via
In buona compagnia
Ed a passare il tempo che ci resta
in gioia e festa

e si vedrà se prima non si muore
ragionando d’amore
che fine il cielo serbi a queste cose
meravigliose

sicuramente non ci disonora
onestamente andare
ma disonora disonestamente
tutte l’altre restare

GIORNATA PRIMA NOVELLA QUARTA

Un monaco, caduto in peccato degno di gravissima punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella medesima colpa si libera dalla pena.

IL MONACO DELLA LUNIGIANA

c’era nella Lunigiana in un convento un monaco di tal vigore
Che non c’erano digiuni né vigilie adatti a farlo macerare
E vagando solitario vide per ventura una fanciulla acerba
Forse figlia di un villano andare per i campi raccogliendo l’erbe

Mosso da concupiscenza, tanto entrò in parole, che fecero accordo
la menò nella sua cella senza che nessuno se ne fosse accorto
Salvo che l’abate invece camminando in giro nella notte insonne
Sentì forte lo schiamazzo e riconobbe bene i gridi di una donna

Ora Il monaco, che stava con grande piacere con la giovinetta
Ancorché molto occupato pure nondimeno tuttavia sospetta;
E parendogli sentire per lo dormentorio piedi stropicciare ,
pose l’occhio ad un pertugio e vide che l’abate stava ad ascoltare

Come se non fosse nulla disse alla fanciulla “resta qui tranquilla”
Uscì fuori indifferente chiuse quella porta e rinserrò la bella
L’altro che lo vide andare per verificare chi mai fosse quella
entra dentro all’improvviso e chiude a due mandate l’uscio della cella.

E la giovane vedendolo per la vergogna pianse fortemente
E l’abate che la vide fresca, sentì mordere la carne ardente
Quindi riflettè che noia e dispiacere già ne aveva in abbondanza
e stimò gran senno prendersi del bene, se Dominedio ne manda

La fanciulla, che non era fatta né di ferro né di diamante,
Salì sopra il letticello per poter concedersi più agevolmente
Ma l’abate per riguardo alla tenera età di quella giovinetta
Se la pose sopra il petto per non affannarla con la sua gravezza

Ora il monaco spiava cheto da un pertugio l’arti Dell’Abate
Che finito il suo lavoro chiuse bene a chiave il Corpo del reato
quindi fè chiamare il reprobo e con brutto viso senza compassione
L’accusò per lussurioso e Decretò di chiuderlo nella prigione

Alla quale cosa subito l’astuto monaco gli replicava:
“Io messere non sapevo bene come qui in convento ci si comportava
voi non m’avevate ancora detto che nei monaci vale il costume
Di farsi premer dalle femmine come si fanno premer dai digiuni

Avendomelo mostrato adesso vi prometto di mai più peccare
E se mi perdonerete farò sempre come vi ho veduto fare”
Qui l’abate riconobbe che sicuramente l’aveva spiato
E si vergognò di fargli quello che egli stesso avrebbe meritato.

Comandatogli il silenzio misero la giovine fuor dal convento:
s’ha da credere che la facessero tornare assai frequentemente.

GIORNATA SECONDA NOVELLA SETTIMA

Il soldano di Babilonia ne manda una sua figliuola
a marito al re del Garbo, la quale per diversi accidenti
in ispazio di quatro anni alle mani di nove uomini
perviene in diversi luoghi:
ultimamente, restituita al padre per pulcella,
ne va al re del Garbo, come prima faceva, per moglie.

ALATIEL

Capitolo 1

Questa è la storia della favolosa
Alatiel la figlia del Sultano
Che la spedì per mare a farsi sposa
Al re del Garbo in un porto lontano.
Ma naufragò la bella saracina
In mezzo a gente di lingua cristiana:
Ed indifesa si trovò da sola
Senza poter scambiare una parola

Fu Pericone, un rude cavaliere
Che la raccolse nuda e disperata:
La rivestì poi le versò da bere
E lei capì dov’era capitata.
Così mise da parte la paura
Per cavalcare la propria sventura:
Finchè scoprì provandone piacere
con quale corno cozza un cavaliere

È la bellezza un dono sventurato
Che sempre porta invidia e gelosia:
Ecco Marato il perfido cognato
Che inventa un piano per portarla via.
E mentre dorme uccide suo fratello,
E la rapisce ancora sanguinante,
E la conduce al porto in un vascello
E dà le vele al vento di levante.

Alatiella piange il suo destino
Mentre la nave vola in alto mare;
E già la brama il perfido assassino,
Ma i marinai lo stavano a guardare.
Erano due fratelli genovesi,
E bastò un cenno per fare l’intesa:
E l ‘assassino ancora insanguinato
In mare aperto fu scaraventato.

Ma le sciagure portano sciagure:
Nacque una rissa tra quei due fratelli
Su chi per primo la dovesse avere
E si affrontarono con i coltelli.
Quando a Chiarenza giunsero nel porto,
Uno ferito a morte e l’altro morto:
E appena scesa circolò la cosa
Di una straniera bella e misteriosa.

Capitolo 2

Quando la vide il prenze di Chiarenza
S’innamorò di quella saracina
E la portò nella sua residenza,
E la trattava come una regina.
Lei non diceva neanche una parola,
Ma la bellezza parla anche da sola:
E parlò molto chiaro e molto bene
Quando la vide il principe d’Atene.

Che era parente dell’Imperatore
Era a Chiarenza per ambasceria
Quando la vide si incendiò d’amore
E decidette di portarla via.
E quando uccise a colpi di stiletto
Il suo rivale in camera da letto
Dormiva nuda e lui la volle tanto
Che se la prese con il morto accanto.

In un castello che guardava il mare
Corse a rinchiuderla lo sciagurato
Che precisiamo che era già sposato
Con la nipote dell’Imperatore
Così Chiarenza dichiarò la guerra
Per vendicar l’oltraggio alla sua terra
L’imperatore per vederci chiaro
Spedisce suo nipote ad indagare.

Questo nipote di nome Costanzo
Venne a trovare il principe di Atene:
quando lo vide con la bella accanto
tutto il veleno gli entrò nelle vene.
E ritornò sul l’alba all’indomani,
E la rapì dicendo ai suoi guardiani:
“Non la rapisco certo perché è bella
Ma per lo sgarbo fatto a mia sorella.”

Immaginatevi la confusione!
Guerre battaglie rapimenti e navi,
Finche neppure io so dirvi come
Si ritrovò da sola chissà dove.
La custodiva un vecchio servitore,
Che la sua lingua sapeva parlare
E che saputo chi era veramente
Decise di portarla verso oriente.

Capitolo 3

Alatiella coraggiosa e bella
Vuol traversare tutte le frontiere:
E si giacette con il vecchierello
O per amore oppure per piacere.
Ma il vecchierello cominciò a capire
che si sentiva in punto di morire:
e moribondo la lasciò in erede
ad un amico di sicura fede.

Gli disse. “amico, quando sarò morto
portate in salvo questo dolce viso.
Per amor mio la condurrete in porto,
E pregherò per voi dal Paradiso”
L’altro giurò sull’ultimo respiro,
E ripartirono con un veliero:
E per tener lontane l’altrui voglie
Finsero d’essere marito e moglie.

Nelle vertigini del mare mosso
Il letto stretto li vuole abbracciati
E a rotolarsi non volendo addosso
si fecero davvero parentado:
ed arrivata all’isola di Chio
che cosa fosse lo sa solo Dio:
e Dio decise per sua maggior gloria
di mettere una fine a questa storia.

E volle che passasse in quei paraggi
un Consigliere del padre Sultano.
Alatiel lo vide da lontano
e mancò poco gli svenisse in braccio.
E il Consigliere allora abbracciò forte
La Principessa che credeva morta;
Che adesso finalmente può parlare,
Ma non sapeva cosa raccontare.

Perché mentre diceva l’avventura
Di quei tre anni di sangue e d’amore
Si disperava perché era sicura
Di non poterlo dire al genitore.
Il consigliere ci pensò un momento,
E poi gli disse: “ascolta i miei consigli:
se non puoi dire tutto l’argomento
dirai qualcosa che gli rassomigli.”

Capitolo 4

Giunsero infine dopo qualche giorno
A Babilonia a corte del Sultano;
Veniva folla fino da lontano
A festeggiare questo suo ritorno.
Ed il Sultano se la strinse al petto
E disse “Alatiella è ritornata”
E dopo disse “Allah sia benedetto!
Adesso dimmi un po’ dove sei stata”

E nel silenzio di tutta la corte
Alatiel narrò la sua sventura:
Di come naufragò, temé la morte,
E restò sola in preda alla paura;
Ma la raccolse un prode Cavaliere
Che la portò in un Santo monastero,
Dove una Santa Corte venerava
Il culto di San Cresci in Vallecava.

E con le monache rimase chiusa
A venerarlo con carezze e canti:
finché passarono dei religiosi
diretti al luogo del sepolcro santo;
e nel viaggio all’isola di Chio
si fece poi la volontà di Dio:
che dopo averla mantenuta in vita
la riportò da dove era partita.

E fu così che la fanciulla bella
Che diecimila volte era giaciuta
Con molti uomini, venne spedita
Di nuovo al Re del Garbo per pulzella.
E quest’ultimo colpo di fortuna
vale il proverbio che ci rassicura:
Bocca baciata non perde ventura
Anzi rinnova come fa la luna.

E se rinnova come fa la luna
Bocca baciata non perde ventura:
quindi bisogna non aver paura
quando ci viene contro la sfortuna.
A voi perdute nella notte scura,
Alatiel ripete una per una:
Bocca baciata non perde ventura
Anzi rinnova come fa la luna.

GIORNATA TERZA, NOVELLA QUARTA

Dom Felice insegna a frate Puccio
come egli diverrà beato faccendo una sua penitenza:
la quale frate Puccio fa,
e dom Felice in questo mezzo con la moglie del frate
si dà buon tempo.

FRATE PUCCIO

Dalle parti di San Brancazio
stette un uomo molto buono e ricco,
tale Puccio di Rinieri, che si diede allo spirito tutto,

per desiderio di Paradiso
si fé bizzoco di san Francesco,
e da allora tutti quanti lo chiamarono frate Puccio

era la moglie monna Isabetta
giovane ancora di anni ventotto
fresca e bella e ritondetta che pareva una mela casolana

che si sarebbe voluta scherzare con lui,
ma frate Puccio e studiava da santo
le raccontava la vita di Cristo e della Maddalena

Tornò da Parigi un monaco
chiamato don Felice,
giovane della persona e d’aguto ingegno

e frate Puccio se lo porta a casa
per ragionare di teologia
…e poi non ci vuol molta fantasia:

perché l’amore non sarà una scienza
ma è un’esperienza condivisa
che mentre alcuni fanno penitenza
altri vanno in paradiso.

“…fratello Puccio se voi volete
vi metto a parte di un mio segreto
di come fare ad assaggiare il paradiso prima d’esser morto:

stenditi a notte sulla terrazza
le braccia larghe come fossi in croce
sul duro legno a recitare le preghiere ad alta voce.

E resta immobile così da solo,
ma recitando fino a mattino
fino a settecento paternostri con trecento guardando il cielo.

E quando all’alba suona la campana
Due ore a letto per riposare:
e la mattina corri in chiesa fino a sera e poi ricominciare

e questa disciplina
se fatta con coerenza
ti porterà meravigliosa cosa

sentire vivo in terra
quella bellezza eterna
in cui l’Onnipotente in sé riposa

per acquistare questa conoscenza
ci vuole un’anima decisa:
perché se molti fanno penitenza
pochi vanno in paradiso”

Era il luogo della penitenza accanto
alla camera della donna,
li divideva l’un dall’altra solamente un sottilissimo muro;

per che, ruzzando messer lo monaco
colla donna alla scapestrata
parve a Puccio di sentir dimenare sul palco in casa;

e senza muoversi dalla croce,
chiese alla dama cosa faceva
e come mai si dimenava cosi tanto e cosa succedeva

rise la donna che senza sella
cavalcava nuda allo scoperto
sulla bestia di san Benedetto o san Gualberto,

E poi sempre ridendo
Rispose: “mi dimeno
sarà forse per colpa del digiuno.

Voi sempre me lo dite
Che chi salta la cena
E poi tutta la notte si dimena!

Tu frate Puccio fai la penitenzia
Così come hai deciso:
perché se certi fanno penitenza
altri vanno in paradiso

GIORNATA QUARTA NOVELLA PRIMA

Tancredi, prenze di Salerno, uccide l’amante della figliuola
e mandale il cuore in una coppa d’oro;
la quale, messa sopr’esso acqua avvelenata,
quella si bee e così muore.

TANCREDI E GUISMONDA

Questa è la storia del re Tancredi e di sua figlia Ghismonda
Di come il padre questa figliola teneramente l’amava
E non sappiendola da sé partire, non la maritava:
e lei pensò di avere occultamente un amante.

E fieramente si accese non di un uomo di corte
ma del bel cuore di Guiscardo che era un suo servitore
Ma nobile per costumi che si incendiò del suo amore
Un amore sventurato che li condusse alla morte

Salerno li nascondeva, tra il mare e le rose.
Ma la fortuna invidiosa la letizia rivolse in pianto:
quando un giorno sventurato il padre scoprì gli amanti
E l’ira soffiò sul fuoco di una natura gelosa.

E Tancredi va dal suo servo, gli fa legare le mani.
E gli domanda folle di rabbia la ragione del tradimento
Guiscardo lo guardò in faccia e gli disse semplicemente
«Amor può troppo più che né voi né io possiamo.»

E Tancredi va dalla figlia e disse “cosa ti dovrei fare
E se volevi un marito perché non me lo hai chiesto
Mi hai umiliato con un mio servo” e poi chinò la testa
e piangeva di vergogna di rabbia e d’ amore

“Tancredi, la povertà toglie soltanto gli averi.
la gentilezza distingue, il nobile dal volgare
Ma se nella tua vecchiezza vuoi diventare quel che non eri
Vattene a piangere con le donne e facci ammazzare”

Tancredi se ne andò via e restò solo col suo furore
pensò con gli altrui danni raffreddare il suo folle amore,
e comandò che Guiscardo fosse strangolato
e che gli portassero il cuore dopo averglielo strappato.

e all’alba fece venire una coppa d’oro
vi mise il cuor di Guiscardo, e la mandò a portare
e al servo che la portava comandò di dire
“questo lo manda tuo padre: ti rende cuore per cuore”

Ghismunda guardò la coppa e vide il cuore strappato
E disse al servo “mio padre in questo ha bene adoperato:
a un cuore come questo conviene un sepolcro d’oro”
e se lo portò alla bocca e baciò quel cuore.

E poi, come se nella testa avesse avuto una fonte
senza nemmeno un grido pianse a lungo in silenzio
fin quando si asciugò gli occhi e disse: “amato cuor mio
io berrò quel veleno e ti farò compagnia.”

Tancredi che lo ha saputo le corre accanto che ormai si muore
E vedendola che moriva cominciò a piangere di dolore
Lei disse “serbati le lagrime, non le voglio ma se mi vuoi bene
seppelliscimi con Guiscardo, che ci sappiano insieme”

Tancredi dopo molto pianto pentito troppo tardi
con generale dolore di tutti i salernitani,
in un medesimo sepolcro gli fé sepellire insieme
così finisce la storia di Ghismonda e Guiscardo

INTERVALLO: IL PROFESSORE E L’AUTOGRAFO DEL BOCCACCIO

Per quanto ci innamoriamo del tempo che navighiamo
È molto raro rivivere la verità di un momento
Ma quando per un miracolo un libro attraversa il tempo
Gli resta dentro qualcosa di quella luce, quel vento…

Così pensa il professore mentre contempla l’autografo,
la vera calligrafia di Ser Giovanni Boccaccio
E la cronaca corrente sembra gli sembra già lontanissima
Ottobre settantatré febbraio settantaquattro

Davanti al Decamerone che stranamente risplende
Lo prende una meraviglia che somiglia allo sgomento…

…E vengono nuvole bianche in un cielo fiorentino
L’azzurro sulla campagna, i cavalieri e le dame
E Federigo Alberighi che lancia in volo il falcone
Nastagio degli Onesti che vede correre i cani

Intanto nell’altra stanza Lucio Battisti canta
Il professore ascolta la radio distrattamente
L’apparizione in Giuappone della Madonna di Akita

A ci piace immaginare l’inquietudine del professore
Che chiude a chiave lo studio e schiude piano il tesoro…

Alatiel che vola tra mille scelleratezze
I diavoli nelli inferni di macilenti romiti
La compassione dei poveri la grazia della bellezza
La meraviglia di raccontare la vita

Si immagini il professore attraversare l’inverno
Senza far caso alla morte del grande Abebe Bikila
E quella di Ingeborg Bachmann quella di Bruno Maderna
L’apparizione in Giappone della madonna di Akita

Capitolo per capitolo, esplode Carrero Blanco,
la guerra di Yom Kippur, la strage di Fiumicino
Al cinema Papillon, ed Amarcord di Fellini
E Solgenitzin che inizia la carriera di dissidente

non ha neanche fatto caso a Jesus Christ Superstar
né tantomeno a Peron presidente in Argentina..

…perché gli par di vederlo, sicuramente lo sente
Gli sta indicando i disegni, e sfoglia la pergamena.
È sicuro che gli parla, e se a volte si addormenta
lo vengono a salutare le ragazze del giardino.

Perché per quanto sia raro, nel tempo che attraversiamo
Capita di ritrovare la verità di un momento:
Così se per un miracolo un libro attraversa il tempo
dentro l’autografo resta la luce e il vento…

QUINTA GIORNATA NOVELLA NONA

Federigo degli Alberighi ama e non è amato,
e in cortesia spendendo si consuma e rimangli un sol falcone,
il quale, non avendo altro,
dà a mangiare alla sua donna venutagli a casa; la qual, ciò sappiendo, mutata d’animo, il prende per marito e fallo ricco.

IL FALCONE DI FEDERICO

Parte1: il Falcone in Terra

Frrr…!
un colpo d ‘ali e sono in mezzo al cielo
guarda il falcone come plana in volo

buongiorno sono il falcone di
Federigo degli Alberighi
Innamorato di donna Giovanna
Ma lei non se lo fila
E sposa un suo rivale
E il nostro ci rimane Molto male
Ha speso quasi tutto
Ma per consolazione
Almeno gli rimane il suo falcone

Frrr
un colpo d ‘ali e sono in mezzo al cielo
guarda il falcone come plana in volo

Il povero Federigo
Ha un tracollo finanziario
Ed ecco siam venuti qui in campagna
E vive in povertà
Dei frutti del suo orto
E della selvaggina che gli porto
E proprio qui vicino
Chi viene a villeggiare?
La donna che lo ha fatto innamorare!

Frrr…
un colpo d ‘ali e sono in mezzo al cielo
guarda il falcone come svetta solo

La donna tiene un figlio
Un giovinetto stolto
Al quale devo dire piaccio molto
Mi guarda in mezzo al campo
Mentre veleggio in alto
Frullando in mezzo al cielo di cobalto
Però ad un certo punto
Non ce l’ho più trovato
Ed ho sentito dire che è malato

Frrr
un colpo d ‘ali ed eccomi in mezzo al cielo
e volo sulla rocca e sul carmelo

Ma guarda la signora
Che va dal mio padrone
Che non l ‘aveva fatto fino ad ora
Ascolto dal mio trespolo
Fingendo indifferenza
Gli dice che domani viene a pranzo
Gli accenna a una faccenda
Piuttosto misteriosa
Dice che dovrà chiedergli qualcosa

Frrr
un colpo d ‘ali ed eccomi in mezzo al cielo
guarda il falcone come fulmine leggero

dev’esser divertente
vederlo cucinare
In casa non c’è niente da mangiare
Voglio veder la faccia
Davanti al Piatto vuoto
Con dentro due zucchini e una carota
Si aggira per la stanza
Con un coltello in mano
Chissà perché mi guarda in modo strano

E frrr………………………

Parte 2: il Falcone in cielo.

…Io mi rivolgo ai critici
Della letteratura
Che sono così attenti alle strutture:
D ‘accordo che la storia
Risulta avventurosa
E che finisce bene e lui la sposa;
Però vi sembra il caso
Che per un buon finale
le penne ce le lasci l’animale?

Che bella fantasia
Questa di farmi arrosto
Volere farmi secco ad ogni costo
Poteva immaginare
Che so farmi scappare
l’effetto era lo stesso a ben pensare
qui ci se n’approfitta
perché porca miseria
Noi animali siamo gente seria

Il fatto che pensiate
Che noi si viva d’aria
che siamo una figura letteraria
Vi ha spinto a massacrare
Con cavalieri e maghi
Migliaia di serpenti lupi e draghi
Che andavano innocenti
Tra cimiteri e tombe:
è stata una terribile ecatombe.

dal cielo blu cobalto
in questo eterno maggio
a voi laggiù ripeto il mio messaggio:
van bene le novelle
degli orchi e delle fate
ma con le bestie non esagerate.
E mettermi allo spiedo
Fu un gesto da ribaldo:
Ditelo a quello stronzo di Certaldo.

GIORNATA SESTA NOVELLA SETTIMA

Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata,
chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta
sé libera e fa lo statuto modificare.

MADONNA FILIPPA

c’era in terra di Prato uno statuto che comandava di bruciar la donna
adulterina
e madonna Filippa, fu trovata in braccio a Lazzarino Guazzagliotri,
una mattina.
Rinaldo suo marito che la vide pensò d’andargli addosso ed all’istante
metterli a morte
ma dubitando di poterlo fare risolse di volerla denunciare
all’alta corte.
la donna che era bella e di gran cuore ancorché consigliata di fuggire
seduta stante
dispose di volere comparire piuttosto che fuggendo rinnegare
il proprio amante.

Il podestà, quando la vide entrare vedendola bellissima e di molto
belle maniere
ebbe riguardo della giovinezza e pose i termini della questione
in modo chiaro.
Madonna voi vedete qui Rinaldo che vuole che di morte vi punisca
per quella offesa
ma questo accade solo se giurando vi dichiarate rea di quella colpa
di cui vi accusa
perciò badate bene a quel che dite: è vero o falso questo tradimento
dell’altra sera?
La donna, senza punto sbigottire con voce assai piacevole rispose:
” messere è vero.

Ma come io son certa che sapete, soltanto se una legge è condivisa
Va rispettata
la qual cosa di questa non avviene perché contro le donne tapinelle
è calcolata
che a differenza degli uomini tutti ne potrebbero a molti soddisfare
naturalmente
ed oltre a questo a quel che mi risulta nessuna donna mai fu consultata
sull’argomento.
ma adesso domandate a mio marito se senza mai negarmi gli concessi
me stessa intera”
al che Rinaldo presto gli rispose che sempre si era bene accomodata
ai suoi piaceri

” Adunque – disse allora la ragazza –

se ha sempre di me preso
quel che gli è bisognato
che debbo fare di quel che gli avanza?
dite se ai cani lo dovrò gittare?

Non sarà meglio speso
a darne in abbondanza
a un gentiluomo molto innamorato
che di lasciarlo perdere o guastare?”

Applausi a scena aperta del popolo minuto
gridarono la donna aver ragione
per cui da quella volta cambiaron lo statuto
e dopo non bruciaron piu nessuno
Rinaldo suo marito rimase sconcertato
di questa così strana e matta impresa
e lei libera e lieta, quasi risuscitata,
alla sua casa ne tornò gloriosa.

GIORNATA SETTIMA NOVELLA SETTIMA

Lodovico discuopre a madonna Beatrice l’amore
il quale egli le porta:
la qual manda Egano suo marito in un giardino in forma di sé
e con Lodovico si giace;
il quale poi levatosi va e bastona Egano nel giardino.

LA NOVELLA DI ANICHINO

…O singolar dolcezza del sangue bolognese
Che mai cercasti lacrime e sospiri
Ma sempre ti piegasti alle preghiere
E ti arrendesti a tanti desideri!
Se avessi lodi degne da cantare
Mai non sarebbe sazia la mia voce…

Della moglie del suo signore Anichino si innamorava
E pingendo le domandava di permettere che l’amasse
E la donna che lo guardava a quelle lacrime si commosse
E sentendolo sospirare lei medesima sospirava
E sospira perché l’amore vuole l’avventura

E gli disse Anichino dolce resta di buon cuore
Che piu tua che mia son diventata tutta
Giudicando che ottimamente guadagnasti amore
Raggiungimi a mezzanotte in camera da letto
E vieni al buio non aver paura

A quell’ora che gli era detta lui aprì la porta
Va dal canto dov’è la donna e le mette la mano in petto
Lei che non dormiva gli stringette la mano forte
E tenendo la mano stretta ha svegliato il marito a letto
E stringeva la mano forte Anichino non può scappare

E diceva marito mio devo dirti una cosa brutta
Che ti ingannano i fidati servitori
Anichino mi ha dimandato di concedergli i miei favori
Gli ho risposto che mi aspettasse dopo mezzanotte
E stringeva la mano forte che Anichino si sente male

E che dopo la mezzanotte sarei scesa nel giardino
Aspettandolo esattamente nel prato sotto il pino
E se ti vuoi render conto dell’inganno di quel mariolo
Metti addosso la mia guarnacchia e travestiti col mio velo
Ed aspettalo sotto il pino lo vedrai venire

Il marito nel buio pesto si traveste guarnacchia e velo
Si precipita nel giardino per attenderlo sotto il pino
E la donna che serra l’uscio torna a letto con Annichino
E si prende piacere e gioia mentre corre la luna in cielo
Fino a che non gli comanda di levarsi e rivestire

Bella bocca, bocca mia dolce vai a prendere un buon bastone
E raggiungilo nel giardino sotto il pino dove aspetta
Maledicila per avere obbedito alla tentazione
E risuonalo bene bene che ne avrem diletto
E risuonalo col bastone fino a che cambia colore

Anichino va nel giardino con il saligastro stretto
E quell’altro come lo vede si fa incontro al traditore
Anichino gridò: “malvagia hai tradito il mio signore
Volli metterti alla prova mille volte maledetta”
E lo suona con il bastone risuonandolo con vigore

L’altro scappa per il giardino bastonato e zitto
Entra in camera cade a letto quasi svenuto
E la donna che gli domanda se Anichino fosse venuto
Lui rispose così non fosse che mi ha tutto rotto
Mi ha suonato con il bastone mi ha fatto nero

E la donna disse allora “sia lodato Iddio
Anichino ci ha dimostrato il bene che ci vuole
A te coi fatti a me con le parole
E vorrei gli volessi il bene che gli voglio io”
E il marito gli rispose “certo dici il vero”.

… O singolar dolcezza del sangue bolognese
Che mai cercasti lacrime e sospiri
Ma sempre ti piegasti alle preghiere
E ti arrendesti a tanti desideri,,,

GIORNATA NONA NOVELLA SECONDA

Levasi una badessa in fretta
e al buio per trovare una sua monaca,
a lei accusata, col suo amante nel letto;
e essendo con lei un prete,
credendosi il saltero de’ veli aver posto in capo,
le brache del prete vi si pose;
le quali vedendo l’accusata, e fattalane accorgere,
fu diliberata e ebbe agio di starsi col suo amante.

STORIA DI UNA MONACA

C’era in un convento Lombardo una bella giovane
La nobile Isabetta di cui dirò
la quale, quando un parente le fece visita
d’un giovane che con lui era s’innamorò.

Ma avvenne che una notte l’altre li videro
E si misero a consiglio le invidiose
e alla santa badessa la denunciarono
che era madonna Usimbalda la Virtuosa.

Quando l’amante venne quelle vegliavano;
e corsero alla camera della Badessa;
picchiando l’uscio, dissero “su levatevi
ché nella cella ha un giovane l’Isabetta”.

… … …

Quella notte la Badessa era occupatissima
Con un prete che in una cassa si faceva venire.
Vestendosi nel buio pesto ed agitatissima
mise in testa le braghe del prete al posto del velo.

Uscì serrò dietro l’uscio e gridò terribile
“Dove è ditemi dove è questa maladetta?”
E con l’altre, che eran focose e non la guardavano
andarono a trovare in fallo l’Isabetta,

Giunse all’uscio della cella, e lo scardinarono,
trovarono i due amanti stretti abbracciati.
Che storditi, stettero fermi. Quindi la presero
E la portarono ad essere giudicata.

………….

La Badessa, in presenzia di tutte le monache,
che tutte guardavan lei che si vergognava,
l’accusò d’esser sconcia e vituperevole
e gravissimamente la minacciava.

La giovane stava li vergognosa e timida,
inginocchiata a terra tra le candele,
le venne di alzare il viso conturbatissima
e vide quelle braghe al posto del velo.

E disse “se dio v’aiuti madre santissima
vi prego la vostra cuffia di riannodare”
l’altra disse “che cuffia malvagia femina?
Parti questo il momento di motteggiare?”

……

“Madonna vi ripeto di riannodarvela
E dopo direte a me ciò che vi piace”;
e allora tutte le monache la guardarono
s’accorsero l’Isabetta perché lo dice.

La Badessa, avvedutasi dello scandalo
E vedendo che non c’era altra soluzione
Sapendo che il copricapo era evidentissimo
Allora in tutta altra guisa mutò sermone.

E conchiudendo venne essere impossibile
difendersi dagli stimoli della carne;
e disse che ciascuna come d’abitudine
quando potesse dovesse approfittarne.

…….

E finalmente così liberò la giovane,
e quindi con il suo prete si tornò a dormire,
e l’altra con il suo amante. Che poi spessissimo
in dispetto delle invidiose, fece venire.

E qui finisce la storia di quella monaca
Che visse con il suo amante tra quelle mura:
L’ altre che erano senza amante, come meglio seppero,
segretamente procacciaron lor ventura.

CONCLUSIONE DELL’AUTORE

Dalla introduzione alla quarta giornata, e dalle conclusioni del Decamerone.

Un collega geloso
Dice che scrivo storie maliziose
e che sarebbe il caso
di restar chiuso in casa con le Muse
sopra il Parnaso:

ma le Muse sono donne,
per cui le donne a quelle Muse chiare
dovranno assomigliare;
non fosse che per questo, mi dovranno
essere care.

Oltretutto le donne
Mille volte mi furono occasione
Di comporre canzoni:
laddove per le Muse mai non venne
l’ispirazione.

Ma quelle stesse Muse
vennero a farmi compagnia ridendo
mentre stavo scrivendo:
E discesero dunque dal Parnaso
Frequentemente.

E forse fu in onore
di quello stile, di quell’eleganza
di quella simiglianza
che le donne mantengono con loro:
è una speranza.

E dunque in questo caso
Io ragionando di passioni umane
tessendo queste trame
rimango con le Muse nel Parnaso,
non mi allontano.

Col vostro caro aiuto
gentilissime donne vado avanti
dando le spalle al vento,
e di speranza e di pazienza armato
vado contento:

e allora benvenuto
il vento, se ci porta un’avventura
della stessa natura
che succede alla polvere minuta
se turbo spira.

Quella polvere che
La folata di vento fa volare
in alto, e superare
uomini e donne, corone di re
e imperatori

e in alto navigare
sopra i palazzi, sulle torri ardite,
e quando poi ricade
certo piu in basso non potrà tornare
che sulla strada.
…………………

Chiarito tutto questo
tacciansi i morditori, e tra di loro
si possano scaldare;
e me nel mio, per quello che mi resta,
lascino stare.

GIORNATA NONA. PROLOGO. GIORNATA DECIMA. LA PARTENZA.

…e disse il Re: come io credo voi sappiate la saggezza non consiste nel riconoscere il passato, ma il futuro
e sono ormai quindici giorni che cessando da dolori e angoscie in questo tempo di peste abbandonammo le mura

e a ben vedere nessun atto né parola o cosa ho conosciuto in voi da biasimare
ma una continua onestà e concordia una continua fraternal dimestichezza mi è sembrata sentire

e così prima che per troppa consuetudine si converta in fastidio quel che è piacere
giudicherei convenevole cosa là da dove noi partimmo fosse ritornare

……e venne l’alba il cui splendore cambia l’azzurrino della notte in celeste chiaro
quando le donne e i cavalieri a lenti passi verso un piccolo bosco cominciarono a ritornare

e gli animali, cavriuoli, cervi, per la pestilenza da’ cacciatori sicuri, si avvicinavano
quasi volessero giocare, ma saliva il sole ed era tempo di andare, e si allontanarono

e con le mani piene d’erbe odorifere e fiori eran di fronde di quercia inghirlandati,
e chi scontrati gli avesse, avrebbe detto: – costoro non saranno dalla morte battuti.

O se la morte viene, morranno lieti.-

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