La storia dello scudo fiscale

Puntata di passaggio che fa il punto, prima di seguitare a ragionare

Orbene, seguitiamo la novella. Depositarono infine (sono scritture lunghe) la sentenza che vede Torregiani patteggiare, e mettere a disposizione una certa cifra per i denuncianti la truffa, tra i quali il sottoscritto. Trattasi di sei milioni di euro da dividere tra circa trecento. Viene ventimila a testa, forse! Qui si medita sul poco di molti che diventa il molto di uno, e soprattutto sul molto di uno che diventa il poco di molti.
Naturalmente questi milioni stanno in un indefinito Lussemburgo, e naturalmente non sono disponibili: pare che il governo Lussemburgico (dev’essere gente con larghi cappelli in stile Brueghel e forse alabarde) abbia congelato quel fondo, una volta che gli hanno chiesto di ridarcelo. La vicenda si inerpica per strade in salita, tra taverne oscure, boccali di birra, avvocati francofoni, tavolate clandestine di strozzini dalle mani adunche…l’iconografia dell’avido, con le monete d’oro scintillanti nel buio, e i diavoli con le ali a gruccia del gotico nordico.
Ringraziamo Torregiani di questa nuova visione e aspettando fiduciosi ci volgiamo a Lande. Il Maddoff de noiantri è in prigione, e la sentenza non è ancora depositata (“son cose lunghe”, dice l’adagio, ma gli avvocati rassicurano che possono durare molto di più). Una volta depositata, diventa effettiva, e scattano altre procedure, alla fine delle quali vedremo quanto di quella invisibile e però potentissima sostanza che ci è stata sottratta tornerà visibile.
Ma non è tanto di questi aggiornamenti che volevo dire. Piuttosto, vorrei continuare la meditazione sul denaro che il destino ha voluto propormi in maniera così perentoria, e che sarebbe sbagliato eludere, non elaborare, non condividere.

Riassumendo in estrema sintesi:
Nel 2009 ho aderito allo scudo fiscale. Cioè ho scudato, pagando il 5 per cento, capitali che erano all’estero. Quel denaro non era sottratto alle tasse. Era denaro normalissimo, risparmi regolari. Sul perché questi normalissimi risparmi chiari come il sole fossero finiti primaa San Marino e poi ad un investitore che li amministrava da un normalissimo ufficio di Roma con un conto su una banca straniera, ho raccontato nella precedente puntata. In sostanza, il denaro si era spostato a San Marino perché rischiavo di essere ingiustamente aggredito, per pattiverbali traditi, dalla catastrofe di un fallimento che non era mio: in seguito, è stato dato all’investitore, il gruppo Torregiani-Lande. Ai quali fino al 2009 ho continuato a dare del denaro in contante: ciò significa che, pagate le tasse, davo del normalissimi risparmi in contanti al gatto e alla volpe.
Commettendo un’infrazione: avrei dovuto certificare con un passaggio dalla banca alla loro agenzia questi spostamenti, onde poter pagare il 12,5 per cento obbligatorio sui guadagni che risultavano dai miei investimenti. In sostanza, se investi in borsa diecimila euro e ne guadagni in un anno mille, devi darne centododici virgola cinque allo Stato. Cosa che io non ho fatto. La qual cosa è definibile come una evasione, perché elude una tassazione: a questa infrazione ho messo rimedio con lo scudo del 2009.
Scudo che ho vissuto come si trattasse di pagare una multa della macchina, o un arretrato come i molti che Equitalia esige per un motivo o per un altro. Mettersi in regola con dei sospesi mi pare una cosa diversa da fare miliardi in nero con attività criminali e poi regolarizzarle con uno scudo. Ma, devo dire, la reazione che crea è molto simile. Ciò significa che la percezione che si ha del fenomeno è abbastanza confusa. Viene in mente il film Johnny Stecchino, quando il protagonista, che ha preso una banana senza pagare, viene messo all’angolo da tutta la comunità che lo guarda minacciosa, per una disgraziata somiglianza del nostro divoratore di banane con un pericolosissimo mafioso. Sissignori! Ho mangiato una banana. E quanto alle somiglianze, fate voi.
Emergono però un paio di domande interessanti: la prima, perché non abbia fatto circolare attraverso la banca quei risparmi, certificandoli invece di darli così, a mano, ai due. La seconda, se tra quei denari dati a mano ci fosse una parte “in nero”. E se si, perché.

Prima questione: perché non la banca, e perché a mano.
Intanto ricordiamo che negli anni a cavallo tra la fine dello scorso secolo e l’inizio del nuovo (la vicenda comincia nel 1998/9) il contante era molto più in voga. Frullava di mano in mano, gorgogliava per i ristoranti e le salumerie, scivolava sui banconi degli outlet. A fronte di una fattura regolare, si dava non necessariamente bonifico, ma contante: emergeva dai pozzi delle banche senza minacciosi controlli, come succedeva da circa due secoli a questa parte. E le banche davano finanziamenti con una agilità che gli ultimi venti mesi hanno fatto diventare lontanissima, quasi fosse un sogno. E quindi il peso che si dava a una transazione era diverso, sicuramente più leggero. Non ho mai pensato a certificare tutto perché pensavo semplicemente di farlo dopo: la mia banca è in una città diversa da quella in cui abito, e andare a firmare i documenti per l’operazione, dirlo al commercialista, firmare e rifirmare e via dicendo, mi faceva semplicemente fatica. Adesso non più, sono – malgrado me – più preciso: ma ai tempi, mi pareva un incubo. Soprattutto per una transazione che si svolgeva una volta all’anno, con cifre mai enormi, e relativa a denaro che non avrei richiesto ai due investitori se non in caso di estrema necessità e in età di pensione, e a quei tempi era un’età ancora lontana. Si aggiunga, a questo, un particolare rapporto col denaro: e qui si entra nella psicologia perché di me si tratta, ma anche nella letteratura perché viene voglia di indagare su una certa “cultura” del denaro, che riguarda me per quanto riguarda un costume, un’epoca. Cosa che farò più avanti.

Seconda questione: se ci fosse del nero, e se c’era, perché c’era.
Se voi cercate in internet il mio nome, appare in posizione chiarissima un articolo del Fatto del 31 gennaio 2012: “Ho usato lo scudo fiscale per rimpatriare soldi in nero”. L’articolo fa riferimento alla mia deposizione al processo Lande, ove ero ascoltato come denunciante per truffa, e specificamente cercavano di capire se Torregiani e Lande fossero legati fin dall’inizio, e in che maniera. L’intera seduta è riportata da Radio Radicale (benemerita) nella registrazione del processo e la trovate su Radioradicale.it cercando “processo a Gianfranco Lande” poi andando alla data del 30.1.2009. La titolazione dell’articolo del Fatto, come minimo, raccoglie su un’ora di testimonianza una frase, che riassume più che i fatti miei il desiderio dell’articolista. Ho infatti detto, e lo sentite registrato, che c’era anche una parte di “nero”, ma non ho mai inteso dire che tutto il contante che davo a Torregiani fosse risultato di attività in nero. Al contrario, come ho spiegato prima, il contante era in grandissima parte denaro chiarissimo, e congruo coi miei incassi (altrimenti, vista la pubblicità che ha avuto il fatto, avrei avuto la finanza in casa il giorno dopo).
Veniamo alla parte-banana, la banana di Stecchino, che era talmente banana che non saprei davvero dire se davvero ci fosse, dato che le banane, restando in metafora, si consumano piuttosto in chitarre usate, cene con musici, finanziamenti fuori norma a piccole sale di registrazione, acquisto per sé e altri di telecamere, benzina, multe inutili, libri, alcuni prosciutti, e ne resta davvero la buccia da mettere da parte. Ma la buccia, grande o piccola, resta irregolare. E io ritengo che le irregolarità in materia fiscale non vadano criminalizzate, a meno che non siano attività criminali. Per criminale intendo macchine di evasione strutturate e stabilizzate, come Mafie, Camorre, grandi evasioni. Mentre l’irregolarità momentanea, che può dipendere da infinite varianti, va incentivata a rientrare con formule non punitive: innumerevoli sono i motivi per cui si ritenga che in un dato momento è il caso di sacrificare a determinati bisogni privati una parte di quel che si dovrebbe dare per i bisogni collettivi. E quindi, che si chiamino scudi o condoni o recuperi, credo che lo Stato debba, soprattutto di questi tempi, essere flessibile, e non rigido.
Ma soprattutto è vera una terza cosa: che avrei potuto non parlare di nero, ma solo dei contanti in chiaro, e non l’ho fatto. Per un motivo quasi psicoanalitico, un bisogno assolutamente privato. Quando mi capita di sentire – e in quel caso lo sentivo – che ci sono degli igienisti mentali, dei pasdaran della morale che aspettano con la penna alzata di infilare il boccone sanguinolento, io mi commuovo della loro miserabile fame, e mi viene una irresistibile voglia di tirarglielo, il boccone. E gliel’ho tirato. E ho goduto abbastanza, nel vedere l’animale mugolar di gioia, col boccone in bocca, eccitato; e fu anche piuttosto divertente, nella sua grazia lugubre, il corteo di affamati di giustizia che si è formato subito dopo. I peggiori istinti, mi hanno sempre incuriosito: essere aggrediti ha un suo stranissimo fascino. Vien da dire: “ecco, è davvero così, l’uomo è orribile, meravigliosamente orribile, è un animale semplicissimo…” vi sembrerà strano, ma ho sempre pensato che, in scena, sia più emozionante farsi fischiare che farsi applaudire. L’amore di molte persone è esaltante e commovente, ma l’odio di molte persone tutte insieme…è indefinibile, è materia oscura purissima, e tutta rivolta a te…ah, ringrazio il titolista, solerte forcaiolo, sublime pezzente sotto la ghigliottina nell’iconografia dalla rivoluzione francese, scamiciato con il forcone delle stampe ottocentesche, per questo privilegio accordatomi, che naturalmente non mi fa perdere il rispetto dovuto per la stampa, e per il giornale che lo ospita. Giornale che non può non conoscere il senso delle parole che si usano, e di chi si parla, e che si vede che in quel periodo aveva bisogno di vittime (adesso meno, mi sembra, vedendo la saggezza con cui tratta temi ben più critici).
E se posso aver soddisfatto le brame di qualcuno, son contento per lui. Io sto benissimo, e mi diverto contemplando i fremiti giustizialisti: ritengo un privilegio vivere in un’epoca in cui si possono vedere davvero, sotto i nostri occhi, come in un caotico laboratorio, crescere e prolificare i germi delle epidemie che sconvolsero anni che sembravano relegati all’archeologia scolastica: ecco le febbri integraliste, che per noi riguardano non Dio ma il denaro (che a sua volta è un Dio) ecco le idolatrie dei leader, gli amori assoluti delle folle, la demagogia, l’arrivo di formazioni che nella fucina della recessione riattraversano le fasi libertarie, democraticistiche, e infine dittatoriali, della propria leadership…ritornano Lenin e Mussolini, Spartaco e Gramsci, Maltesta e Farinacci mutando rapidamente volto nella fiamma delle piazze, e le coltellate dietro l’angolo, e le ambizioni dei mediocri che cavalcano l’occasione, e la demagogia che cavalca la povertà…e tutto questo, addirittura ricevere una scintilla di questo odio, come fosse una scheggia viva degli anni venti, mi pare un privilegio meraviglioso. Soprattutto pensando che, in altre epoche, un corto circuito del genere, una simile cazzata, avrebbe potuto costarmi la pelle, una volta incontrati i fanatici giusti.
Ma per esser concreti, e seguitare questo viaggio privato e pubblico sui misteri del denaro e di quanto e come ci rappresenti, torniamo al nero. E vorrei, in luogo di generalizzazioni cretine, analizzare invece come viene vissuto il rapporto tra i propri bisogni e le domande che la società pone all’anima imprecisa che pervade, regole o non regole, il cittadino. La qual cosa faremo nella prossima puntata.

David Riondino

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