5 ottobre 2018

Aderisco alla manifestazione che si svolge domani a Riace, aldilà dei se e dei ma, che non possono che essere molti, come ogni volta che un caso da particolare diventa simbolico. È evidente infatti che il problema trascende il sindaco, così come è evidente che un sindaco debba fare il sindaco: il problema non si porrebbe se la trasgressione non si tirasse dietro molti temi strategici. Prendo quindi l’occasione per pubblicare un poemetto che composi nell’ottobre dell’anno scorso, in coincidenza con il 50º anniversario dell’uccisione di Ernesto Che Guevara. Qui lo troviamo al Lampedusa, a conversare con i migranti……

Poemino Guevara e Alì

“…nati non foste a viver come bruti…”
Dante, Inferno, canto 26

“Alì dagli occhi azzurri, uno dei tanti figli di figli…
…prima di giungere a Parigi
per insegnare la gioia di vivere…
…distruggeranno Roma, e sulle sue rovine
deporranno il germe della Storia Antica.
Poi col Papa ed ogni sacramento
Andranno su come zingari verso nord-ovest
Con le bandiere rosse di Trotzky al vento…”
Pasolini, Profezia ,1961

Sul Mare azzurro oscilla lentamente
La barca di migranti. Gli Africani,
imbragati nei loro salvagente

rossi, siedono immobili. Due cani
li guardano nell’alba, che infinita
sale sul mare al volo dei gabbiani.

Tutti guardano il molo. Lì, scolpita
Nella brezza del vento, stava ferma
Una figura immobile, vestita

Con la giacca e le scarpe da caserma,
Basco e fucile. La Mirada clara,
Assorta chissà dove, lo conferma:

Sul molo c’era Ernesto Che Guevara.
Lui, non qualcuno che gli rassomiglia:
quello di “… quando todo Santa Clara.”

L’Assorto percepì quella flottiglia
migrante, si riscosse, e lentamente
disse: “Compagni, che per cento milia

perigli siete giunti all’Occidente,
dove scaraventati dai barconi
vorrete tutto e non avrete niente,

compagni, che fuggite da nazioni
dove iniqui governi reazionari
affamano le sue popolazioni

(…qui non entriamo nei particolari
dell’italiano del dottor Guevara,
non siamo gente da vocabolari…)

compagni insomma, che una razza avara
di predatori ha spinto a migrare
dai cari luoghi e dalla patria cara

arrischiando la vita in terra e mare,
io so che a quella patria che vi umilia
e vi discaccia, volete tornare.

Ma non da schiavi, dispersi in Sicilia
nella cosca di qualche malandrino
che prima vi fa servi e poi vi affilia:

ma liberi, e Padroni del destino,
in un Africa rossa e libertaria,
che insegni a tutti i popoli il cammino.

Finiamola di stare a zampe all’aria,
come relitti! Inizierete qui
un’avventura rivoluzionaria:

dei compagni italiani, di Forlì,
hanno vinto un bando europeo
con un progetto delle Oennegì:

e la cooperativa Marameo
gestirà quel programma libertario.
E i fondi andranno qui, non a Mineo,

dove la mafia e qualche suo sicario
a lungo hanno gestito quei quattrini.
Bando alle ciance! Ed eccovi il diario:

sveglia alle sette. Paste e cappuccini,
e poi due ore di letteratura
italiana: da Dante a Pasolini.

Alle nove, elementi di cultura
filosofica: Socrate, Platone,
Zoroastro, Confucio, Visnapura:

di modo che voi siate in condizione
di interagire con mondi diversi.
Poi, un’oretta di Meditazione,

per misurare gli istinti sommersi:
che l’Uomo Nuovo dev’esser poeta.
Dopo di che, rinnovati e riemersi,

consumerete una leggera dieta,
mentre un esperto in alimentazioni
vi erudirà  sull’alchimia segreta

di proteine ed acidi, nozioni
importantissime per la guerriglia,
che non si fa con cacio e maccheroni.

Dopopranzo, una sosta. E si ripiglia
alle tre. Corsi di antropologia,
e di sociologia della famiglia:

che ne avete bisogno. Economia:
che la rivoluzione fa i suoi conti,
e non è cosa della fantasia.

Dopo cena, così, saremo pronti
per una bella marcia in mezzo ai rovi,
passando a guado i fiumi sotto i ponti.

Un sonno breve, e al risveglio ritrovi
il programma. In due anni di lavoro,
credo vi sentirete come nuovi.

Faremo quel che fecero coloro
che condannati al carcere, al confino,
misurarono il tempo come l’oro

imparando di greco e di latino.
Gramsci, Pertini, la dura pazienza
Di Fidel. Quel poeta fiorentino

Lo disse: “meditate la semenza,
nati non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e conoscenza.”

A questi patti, siate i benvenuti.”
E qui Guevara tacque. Lentamente
salì dal mare un gran silenzio. Muti

stavano gli africani, salvagente
scarlatti, fluttuando. Cigolò
una catena, e non successe niente

per una mezz’oretta. Poi, si alzò
uno dei molti in barca. Si schiarì
la voce, e nel silenzio pronunciò:

“Ernesto, mi presento. Sono Alì
dagli occhi azzurri, figlio di algerini.
Mi conoscono in Libia. Mentre qui

mi conobbe Pierpaolo Pasolini,
che scrisse su di me. Non so se fosse
un profeta, se il gioco dei destini

ne tradì la visione, che commosse
nel sessantuno. Faccio lo scafista,
e non so niente di bandiere rosse:

e di certo non sono comunista.
Queste bestie che scarico, per me
sono denaro. Qualche camorrista

organizza il viaggio. Qui non c’è
rivoluzione, rimpianto, disio,
e tutto questo santo chissà che

che rende più poetico un addio.
Questi, in sostanza, parrebbero dire:
quello che hai tu lo voglio avere anch’io.

Non c’è quel gran dolore nel partire:
ognuno lascia indietro quel che può,
non c’è niente laggiù da benedire.

Tornare nelle loro case? No.
Direi proprio di no. Preferiranno
Eventualmente, le vostre. Però,

sicuramente non ve lo diranno.
Sono milioni. Stanno nelle tane
degli abissi di Roma. Saliranno

al mondo dalle metropolitane,
“distruggeranno Roma”, come dice
il  cantore di prati e di marane?

Renderanno Parigi più felice,
seguendo le bandiere sovversive
di Trotzky? Non saprei. Questa infelice

processione di passioni vive,
che viene avanti traversando il mare,
queste greggi innocenti e lascive,

chissà se le saprete pettinare
coi vostri parrucchieri occidentali,
facendone soggetti da tassare,

inquadrati nei codici fiscali?
O se resisteranno i sanguinosi
contagi delle identità tribali,

stretti dai micidiali e luminosi
artigli di una fede di obbedienza,
che esclude i miseri dai perigliosi

tumulti delle crisi di coscienza,
e accende la finanza beduina
con una fede adatta alla tendenza?

Non saprei dire, Ernesto. La mattina
diventa azzurra, e questa gente qui
ora li sbarcherò sulla banchina,

poi riprenderò il largo. Sono Alì
dagli occhi azzurri, cresciuto nel porto
Algerino, scafista. Credo di

doverti dire, non ti fossi accorto
di questo fatto, assorto nei tuoi strani
pensieri, Ernesto, che sei morto.

Ucciso dai soldati boliviani
il 9 ottobre. Ti hanno fucilato
e dopo ti hanno tagliato le mani.

Ti han seppellito nell’anonimato
sotto una strada. A fine anni novanta
il corpo è stato poi dissotterrato

e finalmente ora riposa a Santa
Clara, nella città della canzone
della leggenda che ancora si canta.

E a cinquant’anni dalla esecuzione,
Ernesto, a cento dalle insurrezioni
del diciassette, io con con precisione

quasi scientifica, senza emozioni,
ti devo dare una notizia triste:
non è più tempo di rivoluzioni.

Né palingenesi terzomondiste.
Le utopie de ne vanno alla deriva,
e il mondo che sognavi non esiste.

A meno che…. la forza sovversiva
non sia questa imprendibile, brutale
voglia di vita che rimane viva:

e che in un semplice gesto animale,
fatto da vecchio satiro bramoso,
da un turpe bruto, o un intellettuale,

si concepisca questo misterioso
miracolo della generazione,
che inventa l’organismo prodigioso

ben temperato dalla selezione
che siamo noi: capaci di nuotare,
di navigare venti di passione,

di dar nomi alle stelle, di sognare
e inventare parole. Tutto questo
non mi finisce di meravigliare,

che venga da uno scervellato gesto
tra sconosciuti di scarsa cultura
e a volte con un minimo pretesto.

Qualcosa vorrà dire, questa oscura
indifferenza alla complessità,
altari e leggi. In fondo, la natura

non è detto che sappia quel che fa.”
E quivi Alì si tacque, contemplando
il mare. E tutti restarono là,

immobili, nel mare, dondolando.
E Che Guevara guardava lontano,
assorto chissà dove, immaginando

chissà che cosa. Il volo dei gabbiani
segnava l’alba, sopra la corrente
rolla la barca. Abbaiano due cani.

In uno scintillio di salvagente
rossi, la barca piena di africani,
sul mare azzurro oscilla lentamente.

Questa voce è stata pubblicata in Prima Pagina. Contrassegna il permalink.